Usi Nuziali di Sicilia





ANTICHI USI NUZIALI IN SICILIA

GIUSEPPE PITRE’

PALERMO

TIPOGRAFIA *. MONTAINA.E C.
l88o

 MDCCCLXXX.


ALL’ AVVOCATO FRANCESCO SAVAGNÒNE
NEL GIORNO DELLE SUE NOZZE
CON LA SIGNORINA CLEMENTINA CRISAFULLI
QUESTI ANTICHI USI PER AUGURIO DI FELICITA
G. PITRÈ LIETAMENTE OFFERIVA.

Degli usi nuziali del popolo siciliano
discorsi già lungamente in un mio recente
libro ; e per quanto ricca sia la materia,
non è poi sì facile il trovar dei  fatti che
o confermino quelli già pubblicati, od
offrano qualche novità importante per la
storia. I pochi che ho potuto qua e là
spigolare, sono, relativamente agli usi de’
dì nostri, molto antichi, e si riferiscono ai
secoli XIV-XVIII.

In pieno trecento era comune in alcune
terre di Sicilia l’usanza di trasportare in
gran pompa il corredo della sposa dalla
casa paterna a quella preparata pe’ futuri
coniùgi ; e s’invitavano e pagavano dei
coniatori che coi loro strumenti lo accompagnassero.
Il trasporto avea luogo sopra animali da soma;
ed attirava a sé quanti curiosi in quél giorno e in quell’ora vi
fossero. Un’assisa di Corleone , recente-
mente pubblicata , infliggeva la pena di
quattro tari a chi osasse continuar di que-
sti spettacoli strani e clamorosi.

Il matrimonio ecclesiastico dovea cele-
brarsi in chiesa; ma non è da, meravigliare
se in un tempo in cui i padroni non per-
metteano che i loro servi civilmente spo-
sassero, contentandosi piuttosto di matri-
i moni incivili entro i loro stessi palagi, si
permettesse il matrimonio in casa ai dot-
tòri solamente ed ai gentìl huomìni della
mastra; "siccóme fino’ a’ primi del secolo
passato prèscriveasi in Cefalù. Il genti-
luomo, che in questo senso è anche oggìdì
in molti paesi il galantuomo; rappre-
sentava e rappresenta sempre il più alto
gradino della scala sociale, altro non, ri-
manendo se non quello del nobile; e se, egli
veniva messo alla pari col villano, addìo
società !
Uscendo di chiesa, dove non era paz-
zia che non si commettesse nel festeggiare
le nozze avventurose, i giovani sposi av-
viavansi a casa. Convien credere che un
poco si trasmodasse nel tripudjó che più
volte nel cinquecento l’autorità ecclesia-
stica efficacemente raccomandò tempe-
ranza e moderazione in cosiffatte solen-
nità e volle rispettata la chiesa più che non
si fosse fatto in sin allora. In istrada, come
ho anche cennato pé’ dì nostri, si gettava
sugli sposi npn pure orzo e frumento, ma
altresì pane; mentre prima, al loro entrare
in chiesa, davasi loro a sorbire qualche cuc-
chiaiata di miele così come usasi al giorno
d’oggi in alcuni comuni nel ricevere gli
sposi usciti di fresco a render visite già
ricevute.

È noto che le parole ’nguaggiari e spu-
sari hanno un significato differente l’uno
dell’altro: l’uno, cioè, di sposalizio pro-
priamente detto; l’altro, di benedizione
ecclesiastica che gli sposi vanno a rice-
vere assistendo ad una messa e tenendo
in mano accesa una candela di cera. Que-
sta funzione si volle e si vuol tuttavia pel
conseguimento d’alcun legato per parte
della sposa. Or ne’ secoli passati non
si avea .molto fretta a spusàrisi, e malgrado
le raccomandazioni della chiesa, che non
s’indugiasse di molto il compimento di
questo dovere, si lasciava correre quat-
tro sei mesi ed anco dieci senza farne
dell’ altro. E poi, chi poteva spendere,
avea certe pretese da non si credere. Vo-
iea la messa in casa se non in luogo men
nobile; e non si facea scrupolo d’esigger
la benedizione del sacerdote , piuttosto
che di mattina, dopo mezzogiorno, e a
tarda ora di sera. Chi poteva risentir-
sene o richiamarsene alla suprema au-
torità diocesana non fiatava: e lo abuso,
sotto color di prassi, quando più quan-
do meno si rispettava. I vescovi, invece,
forti d’una decisione del Concilio triden-
tino al cinque e al seicento furono una-
nimi nelcondannare ed inibire esorbi-
tanze di questa fatta. E vollero di più che
si cessasse da un abuso non meno grave,
consistente nell’accogliere gli sposi sotto
quello stesso baldacchino che serviva al
Sagramento, e nell’impartire, durante la
messa, agli sposi una sottilissima fettina
di pane arrotondata a mo’ d’ostia come
si fa per la comunione.

E per le vedove che si rimaritassero? 
Ben diversamente andavan le faccende.

Solo in alcuni paesi si tollerava la benedi-
zione nuziale, la quale, Secondo il Rituale
romano, per le seconde nozze non è più
permessa. Dico si tollerava, perchè. tra noi
in Sicilia fin dalla metà del sec. XVI, in
barba al Rituale, si volle, rispettato l’uso
del paese dové queste.si celebravano. Così
l’avesse avuto il rhondo tanta tolleranza!
Ma appena 1a povera coppia tornava in 
casa spinte o sponte era, costretta a tappar-
visi dentro affin di evitare qualche ma-
lanno. Fu mai superato(ed era vivis-
simo trecent’anni addietro) di far baccano
dietro l’uscio dei vedovi passati a seconde
nozze, di picchiare e ripicchiare su di esso,
di cantar canzóni tutt’altro che edificanti,
di gridare, schiamazzare , fare insomma, 
come suol dirsi, il diavolo a quattro.
L’ uso dura inalterato tuttavia e non in
Sicilia soltanto, ed io stesso son testi-
mònio auricolare d’ una vera tempesta 
scoppiata ultimamente in un paese a sei
chilometri da Palermo, una notte in cui
il non colto pubblico ottemperando . al-
l’antica abitudine, stanco di più sbraitare
dietro a due di questi vedovi che s’erano
sposati alla chetichella,  ruppero l’uscio,
penetrarono in casa, e fra schiamazzi as-
sordanti portaron via gli uni lo sposo, gli
altri la sposina.

Questo capitolo è dedicato alla descrizione di ciò che avveniva, nella grande maggioranza dei casi, quando si metteva in moto la macchina organizzativa che faceva del matrimonio un evento eccezionale ed irripetibile nella vita di ogni individuo.

I punti di riferimento sono stati, oltre ad alcuni autori minori, soprattutto Giuseppe Pitrè e Salvatore Salomone Marino, poichè sono certamente i più autorevoli studiosi delle tradizioni popolari siciliane. Come ho già detto, entrambi si fecero carico delle difficoltà di studiare una materia poco usuale, ancora agli inizi, e anzi cercarono di contribuire, con le loro pubblicazioni, al potenziamento dello studio di tutte le manifestazioni della vita popolare, per cui le loro descrizioni sugli usi nuziali tradizionali risultano fra le più ricche di particolari e curiosità.

Quello che ad un primo approccio alle opere degli autori siciliani risulta evidente è che anche in Sicilia, in linea di massima, alla fine dell'800, erano le madri che si accordavano sulle nuove relazioni matrimoniali e che quindi decidevano il marito o la moglie per i loro figli sulla base della convenienza sociale ed economica, con assoluta esclusione dei sentimenti.

Solitamente era la madre del ragazzo che, avendo notato dei cambiamenti nell'umore del figlio, ormai in età di matrimonio, si guardava intorno per cercargli una brava moglie.

L'età giusta per l'uomo era all'incirca 28 anni e per la donna 18, cosi come ricordano i proverbi: "Donna di diciottu, ed omu di vintottu", "Vintottu anni voli aviri l'omu, diciottu idda, è matrimoniu bonu".

La scelta della sposa era condizionata dal fatto che ella possedesse le quattro virtù cardinali che ne facevano una buona moglie, e cioè che fosse operosa, onesta, con dote proporzionata e di pari condizione sociale.

Era inoltre importante, fino alla fine dell'800, che fosse dello stesso paese e spesso anche dello stesso culto dei Patroni locali; questo proverbio ricordato dal Pitrè "Ciciri cu ciciri e favi cu favi" è chiaramente riferito al fatto che bisognava sposarsi con i propri simili.

Il rigore di tali comportamenti era ovviamente condizionato soprattutto dal tipo stesso di società agropastorale, che non consentì grossi mutamenti negli schemi tradizionali della struttura sociale all'incirca fino all'ultimo dopoguerra.

Quando finalmente la donna aveva trovato una brava ragazza, andava a trovarla a sorpresa e se arrivando la trovava impegnata nei lavori di casa oppure stava ricamando, era una brava massara (massaia) sicuramente adatta al ruolo di moglie e madre, quindi la scelta era giusta, altrimenti se la ragazza non faceva nulla o magari stava mangiando non era un buon segno; infatti, si pensava che, se stava oziando, sarebbe stata una moglie lagnusa (pigra), oppure se stava mangiando, era una manciataria (ghiottona) che avrebbe rovinato il marito con la sua ingordigia, e perciò la madre andava via e cercava un'altra giovane.

Naturalmente la richiesta all'eventuale consuocera, non era diretta ed immediata, ma era effettuata con tatto e, spesso, attraverso una metafora che la ingentiliva.

Uno dei modi più comuni era quello di andare in visita a casa della giovane con un pettine per lavorare la lana e dire: "Haju un pettini di novi; l'aviti unu di sidici?" (Ho un pettine da nove punti, lo avete uno di sedici?") e l'altra poteve rispodere in modo positivo, acconsentendo alla richiesta del pettine da sedici (che in dialetto si dice "sìdici" quindi la sillaba "si" indicava la risposta affermativa) oppure poteva respingere la richiesta dicendo che aveva il pettine da nove, ma serviva a lei (in dialetto si dice "novi" quindi la sillaba "no" indicava il rifiuto).

Quest'uso di frasi figurate o circonlocuzioni fa parte della categoria di riti "esapatetici",  secondo una classificazione dei riti nuziali in base agli elementi magico-religiosi ad essi connessi. Tali riti esapatetici avrebbero come scopo quello di salvaguardare, fin dal principio, la coppia dalle influenze malefiche, cosi come altri riti che erano fatti successivamente.

Questo modo di combinare le unioni era tipico dei piccoli centri, invece nelle città l'incombenza era affidata al paraninfu o sinsali, una persona che lo faceva per mestiere ed era regolarmente pagata.

Dunque, tornando alla richiesta, se la risposta era positiva, le due donne iniziavano a discutere della dote che i due giovani avrebbero portato e sulle modalità di svolgimento dell'evento nuziale.

Un altro modo, molto caratteristico, per chiedere una donna in moglie poteva essere messo in atto dal giovane stesso che, innamorato di una ragazza, alla quale aveva già manifestato il suo sentimento con qualche serenata notturna, prendeva un ceppo di ficod'india, lo adornava con nastri, fazzoletti e oggettini d'oro, e lo metteva, di sera, dietro la porta della giovane.

L'indomani il padre della giovane si recava in piazza con il ceppo e cercava il pretendente con queste parole :- "Cu m'ha azzuccatu la figghia mia?" (cioè "Chi è venuto a chiedere in sposa mia figlia?").

Il giovane allora si poteva fare avanti e, se era ben gradito dal genitore, il matrimonio si poteva fare, altrimenti il ceppo era restituito al ragazzo che doveva rassegnarsi.

Un uso molto simile è stato rilevato, ed annotato, dal Corso in Calabria, dove si usava un ceppo di legno messo davanti la porta della donna amata, e se l'indomani questo era preso in casa, significava che le nozze erano gradite, altrimenti il ceppo era allontanato dalla porta con un calcio.